Descrizione
Un viaggio nella memoria di un Piemonte che non c’è più, attraverso la vita straordinaria di un uomo e della sua passione per le rose.
Con “Angiolin ëd la Roncaja, l’uomo che amava le rose“, Umberto Ghiron ci immerge in un pezzo di storia piemontese, narrando la vita di un personaggio emblematico, Angiolin ëd la Roncaja, che attraverso la sua passione per le rose, ci apre uno spaccato autentico di un’epoca. Questo libro non è solo una biografia, ma un affresco storico e culturale che ci trasporta in un tempo in cui la terra e la natura erano il cuore pulsante della vita. Ghiron ricostruisce con maestria il contesto sociale e le tradizioni di un Piemonte rurale, dove la figura di Angiolin diventa un simbolo della dedizione al lavoro e della profonda connessione tra l’uomo e il suo ambiente. Attraverso le sue vicende, scoprirai le usanze, le fatiche e le gioie di un’Italia che cambiava, vista con gli occhi di chi, con le mani nella terra, coltivava non solo fiori, ma anche valori e un sapere antico. Se sei affascinato dalla storia locale, dalle tradizioni popolari e dalle vite che hanno lasciato un segno nel tessuto del tempo, “Angiolin ëd la Roncaja, l’uomo che amava le rose” è una lettura imperdibile.
Angiolin ëd la Roncaja, l’uomo che amava le rose: un’opera che ci ricorda l’importanza delle radici e la bellezza di un passato che, grazie a storie come questa, continua a vivere e a ispirare.
«Quella mattina per le strade di Casale Monferrato la nebbia si poteva tagliare con il coltello. Aveva nevicato molto in quei primi giorni dell’anno e ai lati delle strade c’erano i cumuli di neve creati dagli spalatori comunali. Era molto presto e il buio avvolgeva ancora i rari passanti. Il silenzio veniva rotto solo dal rumore dei passi di un uomo avvolto in una mantella scura e con un cappello, altrettanto scuro, calato sugli occhi. Si guardava intorno guardingo affrettandosi attraverso le stradine del centro storico, verso l’Ospizio della Carità. Teneva qualcosa tra le braccia nascoste sotto la mantella. Giunto davanti all’ingresso principale dell’Ospizio svoltò a sinistra e percorse tutto il porticato fino alla fine dell’edificio. Girato l’angolo arrivò all’ingresso della cappella sormontato da un affresco dedicato alla Vergine. Proprio lì affianco si trovava uno sportello di legno che aprì: celava una bussola con un’apertura. In quel piccolo vano l’uomo depose il fagotto con accanto un sacchettino. Richiuso lo sportello e lanciata ancora un’occhiata attorno a sé, tirò una catenella che fece suonare una campanella. Si avvolse subito la mantella intorno alle spalle e riprese lesto la strada che aveva già percorso.
Appena Suor Domitilla, che stava recitando la preghiera del mattino con le sue consorelle, sentì il suono della campanella della ruota degli esposti, si precipitò verso il fondo della cappella. Fece ruotare la bussola e vi trovò un fagottino. Aperta la copertina vide un bambinetto roseo, appisolato, pulito e ben fasciato. Si capiva che era stato accudito in quelle prime ore dalla nascita da qualcuno che ci sapeva fare. Era già il quinto esposto dall’inizio dell’anno ed era solo il nove di gennaio!»
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